DISLESSIA … …CAMPANELLI D’ALLARME

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Il bambino dislessico ha difficoltà scolastiche che di solito compaiono  nei primi anni di scuola, spesso identificabili  già nella scuola dell’infanzia. E’ molto importante quindi  riconoscere i segnali  precoci.

Di seguito sono riassunti alcuni:

-Il bambino ha avuto un ritardo o delle difficoltà nello sviluppo  del linguaggio

-Ha avuto difficoltà nell’imparare rime o parole con assonanze

-Ha avuto difficoltà ad imparare i nomi appropriati degli oggetti, inventando dei termini per descriverli (es. Gioco dell’anatra = Gioco dell’oca; volante = guidante)

-Ha difficoltà con compiti che  implicano abilità motorie (ritagliare, allacciarsi le scarpe, abbottonarsi..)

-Ha difficoltà a ricordare sequenze  o elenchi (giorni della settimana)

-Fa fatica a ricordare le tabelline

-Ha difficoltà nel calcolo  e nella numerazione soprattutto decrescente

-Ha difficoltà nell’incolonnamento dei numeri e /o si confonde nel recupero di procedimenti matematici

-Non riconosce o fa fatica  a riconoscere la corrispondenza lettera – suono (p/b, v/f, p/q)

-L’esercizio della lettura lo affatica moltissimo

-Persiste con la lettura sillabica, non vi è espressività, omette la punteggiatura

-La lettura non appare velocizzarsi e si notano numerosi errori di comprensione del testo, ma , migliora se siamo noi a leggere per lui

-Non si evidenziano problemi alla vista, ma il bambino si lamenta di non veder bene le lettere scritte sul libro

-Quando scrive si dimentica qualche lettera

-Non presenta una “bella” calligrafia

-Ha difficoltà nella costruzione di frasi e presenta un vocabolario limitato

-Ha difficoltà a memorizzare

-Nella storia familiare ci sono stati altri casi di percorsi scolastici difficili

E’ bene ricordare che ogni bambino presenta delle caratteristiche  personali, quindi non tutti i bambini presentano i campanelli d’allarme sopra elencati,  l’identificazione o il riconoscere alcune delle caratteristiche nel proprio bambino non costituiscono indicazioni diagnostiche,  ma sono allo scopo puramente informativo alla ricerca di un identificazione precoce delle difficoltà di apprendimento.

(Consensus Conference, “Disturbi Specifici dell’Apprendimento, Sistema Nazionale per le Linee guida Ministero della Salute”)

Dott.  Vanessa Dri

Susanna…frequenta il Liceo…il suo sfogo e le sue difficoltà.

Pochi giorni fa ho conosciuto Susanna, frequenta la seconda superiore del Liceo delle Scienze Umane.

Arriva, accompagnata dai suoi genitori, si siede di fronte a me  con  a lato i suoi genitori.

Mi presento mentre osservo  le sue mani giunte  trattenere un tremore.
Invito la famiglia a raccontare il motivo che li ha portati a questo incontro e Susanna , senza lasciare  spazio di parola ai genitori,  manifesta il peso di questo fardello che  sente tutto suo e con gli occhi colmi di lacrime mi dice:

Io non sono stupida, ma è quello che vogliono farmi sembrare” .
 Le dico  “ Parlami” , e lei continua:

“Fin da piccolina ho sempre fatto molta fatica a studiare e ora , in seconda superiore, lo studio sta diventando logorante, ogni giorno ci sono una o più  verifiche, ogni giorno ci sono una o più interrogazioni. Per poter stare al passo con i mie compagni studio tutto il giorno, rimango sveglia anche fino alle due di notte per ripassare le materie già  studiate,  poi arrivo a scuola e davanti ai professori mi crollano  tutti gli schemi e le mappe mentali che ho costruito , tutto ciò che ho studiato fino a poche ora prima, svanisce nel nulla.
Allora  ho provato a svegliarmi alle cinque del mattino,  ma anche questa strategia non ha dato risultati. A volte  sono fortunata l’insegnante mi chiede un argomento a piacere e in quelle situazioni riesco a ricordarmi tutte le frasi studiate a memoria.
Il mio discorso fila liscio , apparentemente sembra che l’argomento io  l’abbia capito … in realtà, sto ripetendo, come un pappagallo, tutte le frasi del libro…e non c’ho capito una mazza!!  Però i professori sono contenti, dicono che in certe  occasioni  ho buone proprietà di linguaggio.
Il problema sussiste quando le interrogazioni spaziano su più capitoli, i concetti li so  mi creda, li ho ben chiari in mente ma non riesco a esprimermi,  a formulare una frase  di senso compiuto. Poi inizia a tremarmi  la voce,  percepisco la mia agitazione, mi irrigidisco  perché sono consapevole che le cose non stanno prendendo la piega giusta, in quei momenti  faccio appello al mio autocontrollo, ma tutto è inutile ,più mi ripeto di stare tranquilla e più l’agitazione sale”.

 

Susanna”, le chiedo , “Con le verifiche scritte va un po’ meglio?”
 Abbassa lo sguardo.
“No” mi risponde, e aggiunge :  “Con  la   matematica è un disastro, cambio continuamente i segni delle espressioni senza accorgermene! Nell’ultima verifica ho preso due! I procedimenti erano tutti giusti, ma ho sbagliato i segni, ho fatto una moltiplicazione invece di  un’addizione e non sono riuscita a svolgere l’ultimo esercizio. Non riesco  a terminare il compito entro il tempo assegnato. In italiano succede un po’ la stessa cosa, faccio molti errori ortografici e prima di scrivere una parola devo rifletterci molto bene  onde evitare errori di doppie oppure omissioni di “H” .
Quest’anno (in seconda superiore) ,  per la prima volta l’insegnate di sociologia mi ha detto che le mie difficoltà potrebbero essere legate alla dislessia…(in lacrime)…mi puoi aiutare? Devo far capire ai miei professori che io ce la sto mettendo tutta…ma da sola non ce la posso fare!”

“Susanna come ti sei sentita dopo le parole dell’insegnate di sociologia?”
“ Per la prima volta ho  percepito che ,forse,  dietro tutta questa fatica potrebbe esserci  un      problema . Mi sono sentita capita, compresa, infatti nella sua materia vado molto bene  .   forse perché non mi sento impaurita, giudicata, è  un’insegnate che ha capito come valutarmi.”

Va bene Susanna” la rassicuro , “mi hai esposto le tue preoccupazioni molto chiaramente!!   Sei stata molto coraggiosa a raccontarmi il tuo percorso scolastico così “pieno” di e     molto brava  nell’attuare continuamente strategie nuove per aggirare l’ostacolo.
Ora asciugati le lacrime  e  , se lo desideri, ti racconto la mia storia, molto simile alla tua!!….

-Non lasciare che ti limitino, e non permettere a nessuno di giudicarti se non conosce l’entità del problema.-

 

Dott.ssa Psicologa Dri Vanessa

Specializzata in Disturbi Specifici dell’Apprendimento Scolastico

APPRENDIMENTO ED EMOZIONI

 

 

Le emozioni contribuiscono “ai successi nell’apprendimento e  all’interiorizzazione di saperi” queste sono le parole che riporta Stefanini, autore del libro Le emozioni:Patrimonio per la persona e risorsa per la formazione.

La scienza parla chiaro: Se si vuole che certe conoscenze siano interiorizzate e successivamente usate, necessita immetterle in un contesto capace di suscitare emozioni. Ancor meglio se queste emozioni producono vibrazioni positive. Nello specifico, se un bambino impara ad apprendere con serenità e gioia, ogni qualvolta che si troverà difronte a situazioni  che implicano un apprendimento lo farà senza esitazioni, mentre se il suo percorso di apprendimento sarà segnato da frustrazione e insicurezza, la sua mente quanto si troverà in situazioni simili richiamerà alla memoria la percezione di inadeguatezza e sfiducia nelle proprie capacità. 

Scienziati, psicologi, filosofi hanno dichiarato che tanti sono gli effetti positivi delle emozioni nella didattica, è un elemento fondamentale per avvantaggiare l’apprendimento, favorire la formazione, garantire in classe un buon equilibrio psicologico e un’identità positiva a favore degli alunni-studenti.

Al contrario le esperienze prive di richiami emozionali saranno scarsamente coinvolgenti e ben presto cadranno nell’oblio, non lasciando dietro di sé nessuna rappresentazione mentale.

Secondo Eric Fisher, neurofisiologo della Harvard Uniniversity, la noia danneggia il potere creativo del cervello. Quando io apprendo, la direzione del flusso è “da fuori a dentro”, quando penso la direzione è “da dentro a fuori”. La direzione “da dentro a dentro” diventa la parte più importante di questo processo, ovvero avviene una rielaborazione attraverso la mia intelligenza, o meglio una trasformazione di ciò che apprendo in qualcosa di personale. Questo ci fa capire che si tratta di un sistema sociale di apprendimento. La noia distrugge questo meccanismo.

Una scuola che adotta un modello prestazionale: “io ti insegno, tu apprendi e io verifico”, ovvero adotta solamente il modello da “fuori a dentro”blocca il pensiero creativo da dentro a dentro.

Dott.ssa Psicologa Dri Vanessa

Fonti:
Gardner H., Formae mentis. Saggio sulla pluralità della intelligenza, trad. it., Feltrinelli, Milano 2010, (orig. 1983).

LeDoux J., Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, trad. it., Baldini Castaldi Dalai, Milano 2003, (orig. 1998).

Stefanini A., Le emozioni: Patrimonio della persona e risorsa per la formazione, Franco Angeli, Milano 2013.

PAROLACCE (Da 3 a 5 anni)

…Oggi una mamma si avvicina a inizio trattamento, sorridente mi dice che nota i miglioramenti di Luca…MA… mi sussurra all’ orecchio : “Dottoressa  abbiamo un problema con le PAROLACCE”  io sorrido prima di rispondere,  ma anticipa e aggiunge… “sono quelle molto grosse e pesanti, mi imbarazzano; come faccio”?

LE PAROLACCE PIACCIONO COSI’ TANTO PERCHE’ PROVOCANO IN ADULTI E BAMBINI SEMPRE UNA REAZIONE IMMEDIATIATA, NON IMPORTA ESSA SIA NEGATIVA O POSITIVA.

Prima dei 3 anni le parolacce pronunciate dal nostro bimbo o dai bimbi che incontriamo per strada generalmente provocano in noi adulti ilarità; superato il primo scoglio i genitori percepiscono un senso di inadeguatezza e di incapacità educativa, soprattutto se in luoghi pubblici.

E’ interessante notare che la frequenza all’ aggressività fisica verso i 3- 4 anni diminuisca, tuttavia viene compensata da un aggressività verbale (parolacce) verso i  4-5 anni.

I bambini ricorrono all’ uso di parolacce per esprimere i propri sentimenti, le proprie paure, ansie, desideri, o semplicemente per emulazione … ben presto si renderanno conto che tutto ciò produce una reazione negli adulti, e se lo scopo del bambino è quello di attirare l’attenzione, il gioco è fatto C’E’ RIUSCITO BENISSIMO.

Prima della fase scolare, quindi prima dei 6 anni il bambino è caratterizzato da un pensiero egocentrico, non possono!!!, non riescono a mettersi nei panni degli altri, l’unica prospettiva è la loro. I bambini sanno riconoscere le emozioni, sonno emozionarsi e reagire ad esse, ma non sono ancora in grado di prevedere il tipo di reazione che potrebbero scatenare, se pronunciate.

COSA POSSIAMO FARE?

  •  Non sgridiamoli, le punizioni non hanno senso a quest’età

  •  Cerchiamo di ignorarle, se siamo obbligati a bloccare l’onda in espansione, evitiamo di farlo pubblicamente, la gente non ci aiuterà in questo, ma avviciniamoci al bambino spigandogli che queste parole ora non si possono usare

  •  Forniamogli delle alternative (parole sostituibili alle parolacce)

  • Non condannate vostro figlio…se per primi siete voi a dirle.

 

Dott. Dri Vanessa